La percezione della difesa personale

Negli ultimi anni ho avuto l’opportunità di avvicinarmi al mondo della difesa personale. Questo argomento viene trattato in maniera molto diversa, vari sono i professionisti e altrettanti quelli che non lo sono. Ho notato che spesso le donne sono più reticenti sul fatto di praticare un corso di questo tipo e mi sono interrogata molte volte sul perchè. A questo punto ho pensato che potesse essere utile realizzare una piccola ricerca on line sul vissuto della difesa personale. Il campione di 56 soggetti è stato coinvolto tramite la somministrazione di un breve questionario via Facebook e la rilevazione è avvenuta nella prima quindicina del febbraio 2017. Si sono espresse per l’ 80% donne e per il 20% uomini, in piccola parte (1/4) già frequentatori di un corso di difesa personale, di età trasversale (16-ultra 64enni) e residenti in centri di dimensioni differenti (per lo più le risposte sono state registrate presso quanti vivono in una grande città – 68%).
I risultati sono stati molto interessanti… Partendo dal fatto che solo il 2% non vorrebbe mai imparare a difendersi e  poco più del 10% non sarebbe interessato, ben il 60% dei partecipanti alla survey vorrebbe frequentare un corso di difesa personale. Sul perchè non venga poi di fatto seguito possono esserci diversi ipotesi  che vanno dal tempo a disposizione, ai costi, delle volte solo la pigrizia, ma sicuramente il problema non è dettato dalla scarsità di interesse nei confronti dell’argomento.

Sono state chieste quali sono le parole che vengono associate al concetto di difesa personale. Le risposte sono state in prevalenza positive e hanno chiaramente denotato il legame con il senso di protezione, di difesa dall’aggressività altrui, di protezione dei propri cari, di desiderio di indipendenza. Interessante anche il dato legato alla strategia, la capacità di gestire i conflitti, più alta rispetto alla forza fisica che si potrebbe supporre, visto l’argomento.

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E cosa ne pensano gli intervistati delle persone che frequentano dei corsi di difesa personale? Anche in questo caso emerge la percezione della self-defence in termini positivi. Una persona che pratica un’arte marziale per difendersi viene definita razionale, “normale” una persona equilibrata, che vuole imparare a gestire i conflitti nel suo interesse e in quello degli altri. In misura più esigua risulta essere una persona che ama gli sport di combattimento, che ha subito un’esperienza spiacevole o insicura. Solo una esigua minoranza del campione ritiene che siano persone “strane”, aggressive, insicure, ma nessuno sostiene di “non capirli proprio!” (item inserito appositamente come provocazione).

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Ma chi dovrebbe fare un corso personale? Secondo la maggioranza dei rispondenti “tutti” ed in particolare “chi ne sente il bisogno”, “chi vive in un contesto con dei potenziali pericoli” o “chi ha una struttura fisica non particolarmente forte”. Non si registrano invece  delle differenze di genere, quasi nessuno sostiene che dovrebbero farli in particolare le donne e men che meno solo gli uomini, ricordando poi che il campione era in prevalenza femminile il risultato è ancor più interessante.

Infine è stato richiesto, tramite domanda aperta, che cosa si vorrebbe trovare in un corso di difesa personale. Le risposte registrate sono molto interessanti, le persone vogliono trovare sicurezza, insegnanti seri e professionali, imparare a gestire le situazioni pericolose e lo stress di un’eventuale aggressione. Ma non solo, anche avere un appoggio psicologico, imparare a reagire velocemente e a farsi rispettare, specie se fisicamente ci si percepisce come più deboli. Solo esiguamente la difesa personale viene percepita come un’attività sportiva, per mantenersi in forma.
Una risposta degna di nota è stata la seguente: “vorrei un corso che mi insegni a farmi rispettare nonostante sia una ragazza”. La parola “nonostante” apre una serie di pensieri e riflessioni che lascio a voi. Dalla parola “ragazza” se ne evince che la rispondente sia giovane ed è importante che anche i più giovani siano i primi a cambiare gli stereotipi ancora vigenti.

Una difesa personale dunque responsabile, intelligente, strategica è il quadro che viene dipinto da questa breve indagine: una maniera razionale per prendersi cura di sè stessi e delle persone a cui vogliamo bene.

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Sòno – tuning

Stasera ho avuto il piacere di essere invitata alla presentazione di qualcosa di veramente nuovo e diverso presso la Casa della Cultura di via Borgogna a Milano: “Sòno”, ossia un nuovo metodo di consulenza dedicato alle persone che vogliono risintonizzarsi con se stesse, simbolo del progetto, naturalmente, un’evocativa radio! Non si tratta di consulenze psicologiche o di un supporto alle persone affette da patologie, utilizza un approccio legato alle scienze sociali, è interessante per tutti, trasversale, con riferimenti alla cultura psicoanalitica e a Maslow. Inventore di questo metodo Enrico Finzi, sociologo, giornalista e scrittore assieme ad un team al femminile sensibile e attento a questo genere di tematiche. Il tutto nasce da uno studio sulla felicità e ha lo scopo di aiutare il singolo individuo a ritrovarsi. In che maniera avviene tutto ciò? Avviene tramite il suo storytelling, la  narrazione e con l’ausilio di accurati questionari… Un bel progetto a mio avviso, illuminista, colto. Anche il relatore non poteva essere da meno, Daniela Hamoui. Per ulteriori informazioni il loro sito è http://www.sono-tuning.it. 

Il magico mondo dello smalto semipermanente

Per Natale mi è stato regalato un bellissimo kit, con tanto di lampada led per l’applicazione dello smalto permanente. Si sa infatti che negli ultimi due anni la grande moda è avere unghie perfette, meglio se con nail-art applicata. Non essendo pratica del settore, ho iniziato a “studiare” l’argomento e a guardare una marea di tutorial sulla sua applicazione. Qui si è aperto un mondo, quello della ricostruzione delle unghie dove ragazzine improvvisate con accenti bizzarri e sgrammaticate o professioniste, danno consigli per avere mani impeccabili. Conetti per applicare il gel, glitter di ogni tipo, colori da drag-queen, ma il più bello era quello di una ragazza con accento straniero che raccontava i suoi esperimenti per togliere lo smalto con dentifricio, dopobarba, altro smalto e bizzarri prodotti chimici trovati in casa! Non sapevo se ridere o inorridire. Non parliamo poi dei demonizzatori che parlano di questi trattamenti con il consueto tono intimidatorio lasciandoti quel velato dubbio, alla fine del tutto, di rimanere minimo senza dita!

Detto questo, ho scoperto – applicando i prodotti – alcuni “incredibili” segreti che pur non essendo dermatologa, estetista, manicurista, tengo a condividere con voi perché si rifanno alla regola del buon senso, e forse perché intimamente vorrei fare un tutorial anche io, ma non mi sento ancora pronta!

  • Tenete lo smalto permanente per pochi giorni di fila perché le unghie non respirano e sono “vive”, rischiate di farvi dei gravi danni e poi ci si mette mesi per farle ricrescere
  • Attenzione alle ricostruzioni, basta guardare su google e vedere che sono molti i siti che riportano foto di funghi verdi, macchie giallastre e bianche creati dai trattamenti fatti con mancanza di igiene o con prodotti troppo aggressivi. Esistono prodotti per la prevenzione delle micosi, nel caso informatevi. Lo smalto semipermanente non è quello della ricostruzione, ma comunque l’unghia rimane coperta.

Ma passiamo ora agli strumenti per applicazione e rimozione (visto come sono tecnica?)

  • Il buffer: scorticarsi le unghie con il buffer limandole sopra prima e dopo è una grande idiozia in quanto rovina lo strato ungueale superiore, ossia vi danneggiate le unghie. Io non le ho “bufferate” e lo smalto si è applicato perfettamente!
  • Le unghie non devono essere umide prima di applicare gli smalti se no si possono creare delle muffe, esattamente come in cucina…
  • Il primer, è uno smalto che va applicato senza “infornarlo” e permetto poi agli altri trattamenti di avere maggior presa e durata
  • La base: è molto importante perché protegge in qualche modo l’unghia, esistono quelle fast-off, ossia che permettono poi una rimozione più veloce e indolore. Usatele! Nella catena dove sono andata a comprarla, l’inesperta commessa dichiarava che fosse un prodotto inutile e che non riuscivano a vendere perché non se ne capiva l’utilizzo. Utilizzo, che in realtà è elementare: si mette al posto della base, ma si toglie facilmente e non necessita di primer – non mi sembra difficile
  • Colori: scegliete colori non nauseanti, altrimenti li odiate dopo 2 giorni
  • Top coat: utile, anzi indispensabile protegge il tutto e sigilla
  • A ogni passaggio le unghie fanno infornate per 60/120 secondi (dipende dal fornetto) e all’inizio scotta, cosa che non vi dice nessuno! Lo smalto applicato sul pollice cola di lato, perché inclinato rispetto alle altre dita quindi meglio farlo da solo.
  • Sgrassatore, è un acetone senza acetone, da usare altrimenti le unghie rimangono appiccicose e fanno un effetto carta moschicida.

Quando è il momento di togliere lo smalto, e a mio avviso non deve essere oltre una settimana, vi ricordo che esistono prodotti fatti apposta a base di acetone oppure i prodotti di maggior qualità o fast off, si rimuovono come delle pellicole, degli stickers, manualmente, senza bisogno di grattugiarsi le unghie. Anche qui su Internet ho visto di tutto, gente che limava via lo smalto danneggiandosi le unghie, che le immergeva in soluzioni magiche e improbabili o con bacchettini varie le grattava. Lasciate fare queste cose agli esperti piuttosto, ma cercate comunque di non rovinarvi con rimozioni barbariche.

Dopo la rimozione meglio usare olii e prodotti idratanti per far riprendere le unghie e lasciarle respirare per qualche giorno e usate sempre prodotti sicuri e di marca, controllati!

Detto questo di fondo è un gioco divertente e le unghie sono belle e lucide quindi come in tutte le cose ok allo smalto permanente, ma messo e tolto… con intelligenza!

La curiosità dov’è andata?


Durante l’infanzia, viene data una grande importanza alla capacità di essere creativi, di inventare delle storie, di imparare cose sempre diverse. I giochi dei bimbi devono essere intelligenti, costruttivi, fantasiosi. Poi non si sa cosa succeda, ma crescendo questi principi vengono sempre meno… Le persone adulte, si vantano spesso nel mondo del lavoro di essere “creative” e abili nelle proprie mansioni, mentre invece si tratta di grandi copiatori, poco originali, ma soprattutto poco curiosi.  Da cosa si capisce questa loro scarsità di curiosità? In primis dalla mancanza di hobby e di interessi. La gente ha sempre meno passioni. Sarà per la mancanza di tempo, sarà per pigrizia, ma di fatto è molto difficile trovare persone che vadano al di là del proprio giardinetto. Unico interesse diffuso, spesso portato a bandiera della propria cultura, è il fatto di aver fatto dei viaggi. Essere dei turisti, però, non basta e anche quello dipende da come viene fatto e con quanto si porti a casa da questi spostamenti. In alternativa alcuni vantano di andare in palestra, correndo magari su un nastro come dei criceti supportati da un personal trainer. Per carità piuttosto che riempirsi di popcorn davanti al pc va bene, ma anche qui c’è sport e sport. Correre all’aria aperta, guardare in giro o seguire una disciplina sportiva è meglio, rispetto a trovarsi soli con le cuffiette davanti al monitor di una cyclette leggendo la posta elettronica. Guardando le pagine Internet di questi no-curiosity-people si vedono solo post che riguardano il loro lavoro, sono assolutamente prestazionalisti, fanno il compitino… Se sono giovani vedi solo foto in compagnia dove fanno brindisi in località amene che però non riesci a vedere in quanto nascoste dai loro faccioni livellati dal “selfie effetto bellezza”. Mai niente di diverso o innovativo, niente di loro o di minimamente intrigante. Soprattutto queste persone non sono divertenti, non sanno ridere e non giocano e questo è molto triste, si nascondono dietro ai loro impegni noiosi per giustificare l’assenza di emozionare. Ormai, in Italia, anche nei colloqui spesso non vengono scelte persone con esperienze diverse che potrebbero accrescere le competenze aziendali, ma dei cloni di individui già esistenti, che non portano alcuna freschezza, in un eterno livellamento, un piattume verso il basso, per dirla con linguaggio di oggi “è tutto molto flat”. Quindi come uscire da questa china verso l’inesorabile tristezza? Prima di tutto il mio consiglio è di godersela un po’ di più in generale, iniziando dalla cucina e assaporando anche sapori diversi. Secondariamente leggere, eh si proprio come ti dicono a scuola, ma non solo le notizie, ma proprio dei libri, poi frequentare delle persone giovani, con le quali fare anche delle attività divertenti o avere uno scambio. Ascoltare la musica! Chi sente più la radio? Avere l’umilità di riconoscere che si impara ogni giorno, a qualsiasi età, praticare uno sport, dedicarsi agli altri. Eh si anche dedicarsi agli altri, avere un confronto, saper ascoltare aiuta ad evolversi, usare i social e i viaggi come mezzi per imparare non solo per mostrare, avere un approccio felicitante alla vita, infantile, non nel senso regressivo, ma nel senso pionieristico. Non avere delle preclusioni, incredibile ci sono ancora persone “contro” ai social, alla televisione, ai giocattoli in plastica, alle medicine e il vero dramma non è che li contestino, posizione del tutto rispettabile, ma che lo facciano aprioristicamente, senza conoscerli. Ricordiamoci la curiosità è la prima leva verso l’apprendimento e se nei primi anni della nostra vista serve per crescere, dopo serve per non invecchiare e non essere anacronistici, ma soprattutto a non essere noiosi e a gioire un po’ più della vita che può offrire anche tante sorprese!

Credi in un sogno!

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E conquisterai il mondo! Forse…

La rete sociale nella quale viviamo sta diventando sempre piu’ complessa, dinamiche diverse, controverse, spesso è più un sopravvivere che non un vivere. Lo scenario non è semplice a nessun livello in quanto sempre più siamo di fronte ad un cambiamento dei valori, una metamorfosi che definirei epocale.

Prima di tutto la nostra cultura per anni è stata influenzata dalla religione, una religione spesso autopunitiva, severa, un Dio da temere, da rispettare e davanti al quale prostrarsi, a cui chiedere perdono per quasi ogni cosa. Ora per esempio la Chiesa Cattolica sta lentamente cambiando il suo approccio e, fatta eccezione di alcuni correnti più conservatrici, sta mostrando un lato più “vicino”, meno cupo, un maggior dialogo. Una religione che ora cerca di parlare a tutti, mostrando benevolenza, comprensione, solidarietà – processo in atto comunque da anni, ma che di fatto maneneva ancora molte rigidità.

La nostra società di fatto è diversa rispetto a pochi anni fa, sono cresciuti il desiderio e la domanda di benessere in tutte le fasce di età e ognuno nel suo piccolo ricerca la felicità o comunque contesti di benessere. Il concetto di sacrificio, di fatica, interessa a pochi e comunque è poco appealing, è vecchio e porta a minimi risultati, mentre quanto è sogno, aspirazione e wellbeing ora diventa vincente. Certamente lo era anche in passato, ma spesso era ritenuto disdicevole il “godersela”! Basta vedere quanto la gente ricerchi “servizi per la persona”, SPA e centri benessere, vacanze, buon cibo per capire cosa effettivamente le persone vogliano…

Il grande motore di questi prossimi anni sarà il sogno ed è proprio questo che spinge le ondate migratorie e che le ha mosse nel passato quando i nostri avi si recavano in altri continenti per cercare fortuna, una vita migliore per sè stessi e per i propri cari. Dunque nulla di nuovo, la storia è ciclica e pertanto si ripete.

Nel mondo del lavoro, tavolta, il concetto di sogno non è ancora passato e quando questo accade i meccanismi diventano a perdere, un’esempio? Basta semplicemente guardare gli annunci di offerte da lavoro: si ricercano persone pronte a immolare la propria vita per quattro soldi, abili a lavorare “in contesti carichi di stress”, “sotto pressione” e udite udite “resilienti” (parolone molto in voga) e “resistenti”! A questo punto sempre per rimanere nelle parole di moda, direi che l’unica valida risposta sarebbe il “ciaone”! Ma chi vuole andare in posto così poco incentivante dove – prima ancora di dirti cosa ti daranno – ti chiedono di essere un operature succube, un po’ maritre e silenzioso? O sei un disperato, o sei masochista o sei pazzo, comunque eviterei di assumere qualsiasi delle tre categorie!

Dare sogni (sognabili), comunicare gioia, emozioni e passione non è da tutti e non è facile,  soprattutto faticano a farlo le persone frustrate e alienate che tendono a riprodurre i meccanismi che a loro volta hanno subito in un loro passato o che non vivono vite affettivamente equilibrate. Il risultato è una grande infelicità, desiderio di fuga, decrescita del business, agressività che produce contro-aggressività e degrado valoriale.

La soluzione a tutto questo pò esserci. Non con un ottuso ottimismo che sarebbe ridicolo, ma cercando per gradi di  portare emozioni positive, rispetto, che si può anche manifestare come riconoscimento reciproco, il “caricarsi” a vicenda, elemento già fondamentale per Hegel nella sua Fenomenologia dello Spirito e come diceva Sartre: “In cambio di esser riconosciuto per quell’uomo che sono, mi dispongo a cedere parte della mia libertà. Sono, in grazia dello sguardo dell’altro”.

Tutto ciò, naturalmente si lega a quello che è, di fondo, anche il nostro inconscio, i nosti desideri, il desiderio dell’altro come direbbe Lacan, ma si aprirebbe un nuovo capitolo complesso… diciamo che banalmente un contesto positivo, con degli obiettivi felicitanti e allegro potrebbe già essere la panacea di molti mali, per imparare a vivere un po’ meglio e non solo “sopravvivere”!

Krav Maga – difesa personale

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Il Krav Maga è un’arte marziale volta alla difesa personale. Nasce in Israele nella prima metà del XX secolo grazie all’ufficiale dell’esercito israeliano, Imi Lichtenfeld, nato a Budapest esperto in tecniche di lotta occidentali (in particolare pugilato e lotta).

Recentemente in Europa ed in particolare in Italia si sta diffondendo l’uso di questa tecnica grazie anche alla sua velocità di apprendimento e alla crescente esigenza di doversi difendere.

Imparare a proteggersi è importante per tutti, uomini e donne di qualsiasi  età. I tempi sono molto cambiati, gli uomini sono spesso inclini a seguire corsi per la propria sicurezza, ma nelle donne c’è ancora una certa diffidenza nel difendersi, nel prendesi cura di sé stesse.

Le donne hanno il diritto e il dovere di proteggersi dalle numerose forme di aggressività che la società presenta. Quindi non si parla solo di una formazione fisica e di un allenamento che sono comunque necessari, ma proprio di un training psicologico che aiuti a superare i retaggi in parte legati alla nostra cultura e in parte alle paure che possiamo avere.

Spesso capita di essere spaventate all’idea di rincasare sole la sera, di non essere accompagnate da qualcuno e l’idea di difendersi può intimorire perchè fa pensare al rischio potenziale, con il risultato che non si fa nulla sperando di non trovarsi in situazione critiche.

Ma in realtà farsi rispettare è importante in tutti gli ambiti della nostra vita e l’atteggiamento giusto, la forma mentale adeguata aiutano a prendere sicurezza e ad affrontare diverse situazioni, non solo quelle estreme dove si rischia la propria incolumità.

Avere conoscenze in ambito di combattimento, disarmo, sono competenze che non tolgono nulla alla femminilità – da sempre le donne sono le prime a lottare per la propria famiglia, i propri figli e a volerli proteggere, fa parte della vita.

Non tutti i corsi sono fatti bene e non devono aver lo scopo di  fomentare odio o violenza, o spaventare ancora di più, al contrario, devono insegnare a saperla controllare, gestirla senza trascendere in loop distruttivi. E’ quindi importante informarsi e leggere prima di scegliere la scuola da seguire…  Per esempio una scuola molto seria è il Krav Maga Study Center di Milano dove gli istruttori sono seri e qualificati, attenti alle persone e ai singoli bisogni.

Il krav maga è una disciplina poco conosciuta di fatto e a volte interpretata in maniera non esatta, è una tecnica di difesa democratica che insegna alle persone di tutte le culture a difendersi con strategia, un perfetto bilanciamento tra fisicità e psicologia, e proprio per questa sua stessa natura si adatta a target anche molto diversi.

Mamme andate a lavorare che fa bene!

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Proprio oggi stavo leggendo una notizia che sta girando sui social, una lettera aperta ad un giornale, di una mamma che racconta il fatto di aver lasciato il lavoro e rinunciato alla carriera per dedicarsi interamente ai figli. Giusta o sbagliata che sia la sua scelta, ha dato seguito ad una serie di commenti più o meno apprezzabili da una sfilza di mamme. In particolare mi ha colpito il parere di una che affermava che le lotte degli anni passati per la parità dei diritti sono state inutili in quanto tutto sommato è meglio stare a casa, altre raccontavano con orgoglio la gioia di fare le torte per i propri piccoli senza dover fare più le corse tra lavoro e scuola.

Dopo aver letto tutto questo sono rimasta a dir poco basita. Già in passato mi raccontò una mia dottoressa che spesso le mamme ancora in gravidanza supplicavano di aver certificati per prolungare i periodi di maternità, con il risultato che stando a casa a far niente veniva loro l’esaurimento! Di fatto poi la maggioranza dice di voler dedicare più tempo ai figli, ma poi se ne lamenta di continuo, cerca di sbolognarli appena possibile iscrivendoli ovunque e spesso diventa aggressiva con tutta la famiglia perchè comunque frustrata e annoiata!

Premetto che trovare lavoro come madre, non è facile, e che molte mamme hanno fatto benissimo a licenziarsi da datori di lavoro schiavisti, ma non perchè mamme, ma perchè le condizioni di lavoro di certi posti sono indecenti e il trattamento di alcuni manager nei confronti dei dipendenti è imbarazzante,  ma vorrei sottolineare alcuni miei pensieri.

Prima di tutto potersi permettere di non lavorare è un lusso! In primis si lavora per ragioni economiche e non c’è un gran merito nello stare case a farsi mantenere da mariti, genitori postando dai luoghi di villeggiatura mentre i tuoi parenti fanno il doppio per consertirti di fare questa vita. Certo più divertente fare i pasticcini che non faticare in un ufficio, ma talvolta è inevitabile! E non sempre il lavoro è solo fatica a volte è anche piacevole se non divertente e si impara sempre…

Il lavoro, non è solo una fonte di reddito, ma anche un modo per impegnare le proprie energie in qualcosa di diverso, anche solo un part-time fa bene  alla testa, non per niente ricordo che tutte le religioni parlano di lavoro e come sappiamo le religioni davano delle “regole” affinchè le persone potessero avere dei comportamenti socialmente utili. Per fare alcuni esempi, secondo la filosofia buddista: “una parte importante della vita di una persona è il proprio lavoro, e il lavoro di una persona si trova con due strade: o combatti per un lavoro che vuoi fare o fai il lavoro che la vita ha scelto per te..”, se vai nel Cristianesimo, come mi insegnavano le madri benedettine quando ero piccola :”inizio della Regola 48 il lavoro manuale è necessario perché l’ozio è nemico dell’anima”, grandi lavoratori già sappiamo nel popolo Ebraico: nel Talmud molta dignità è conferita al lavoro: “Grande è il lavoro perché onora i lavoratori”. Fortemente stigmatizzata è invece l’inoperosità: “L’uomo muore solo per l’ozio”. Del resto che “l’ozio sia il padre dei vizi”, ce lo diciamo tutti da anni. Non solo ma anche Muhammad diceva: “Nessuno ha mai mangiato un pasto migliore di quello che si è guadagnato col proprio lavoro”.

Anche al punto di vista sociologico il lavoro ha una rilevanza e non solo economica o psicologica, ma anche sociale: secondo Durkheim: “la divisione del lavoro prende gradualmente il posto della religione come principale fondamento della coesione sociale”.

Detto questo, mammine radical chic casalinghe, andate a lavorare, anche solo poche ore, da casa, con una collaborazione, le formule di oggi sono mille, ma non nascondetevi dietro agli alibi dei figli per mascherare la vostra non-voglia di fare. Non celatevi dietro il pianto di mali immaginari quando invece ci sono veramente persone malate che lottano quotidianemente per condurre una vita normale.

Personalmente so di cosa stiamo parlando ho figli, ho animali, lavoro e certo non poco, corro dalla mattina alla sera e vado anche in palestra.  Le ore con i figli non si pesano solo a quantità, ma a qualità del rapporto, esistono mille modi per avere degli aiuti anche se i genitori sono lontani, non lasciamoci dominare dall’indolenza della depressione.. non porta a molto…Si può lavorare, stare con i propri bambini, giocare con loro, fare i compiti, ridere assieme sulle reciproche disavventure del giorno (loro a scuola e noi in ufficio), essere complici, raccontare la favola della buona notte e  comunque sempre volersi bene stando assieme.

I sacrifici fatti dalle nostre progenitrici alla fine degli anni ’60 e anche prima non devono essere vanificate come invece sosteneva la madre tanto felice di poter fare il brodo, mantenuta e viziata, ingiustamente deplorando le lotte di generazioni antecedenti…